Federico Seppi
A cura di Nicolò Faccenda
Venerdì - Domenica
dalle 11.00 alle 18.00
Via Mendola 41, 38010 Passo Mendola (TN)
“Attraverso l’immagine cerco di trattenere ciò che sta scomparendo, non per fermarne il cambiamento, ma per imparare ad ascoltare l’eco che lascia dietro di sé.”
“Through the image, I try to hold on what is diseappearing, not to stop its transformation, but to learn how to listen to the echo it leaves behind.”
“Durch das Bild versuche ich festzuhalten, was verschwindet - nicht um seine Veränderung aufzuhalten, sondern um zu lernen, del Echo zuzuhören, das es hinterlässt.”
ELENCO OPERE
Il soggetto di Federico Seppi risiede nella natura e, nella fattispecie, in una miriade di vedute e micro-saggi dell’ecosistema glaciale. La sua posta poetica primaria si sintonizza con la meraviglia innescata dall’incontro ora con la maestosità del ghiacciaio, ora con la sua commovente fragilità, inseguita nei risvolti più minuti delle sue componenti. Il senso atmosferico del paesaggio, che addensa la percezione nebulosa del costante divenire del ciclo delle acque, si interrompe per lasciare spazio a una micro-analisi che seziona e focalizza piccole estrazioni, veri e propri carotaggi, dove la visione si eclissa nell’infinitesimale contatto con le unità minime dell’ecosistema.
Se Seppi dunque opera mimeticamente, la sua accezione del principio dell’“ars imitatur naturam” non si dispiega nella mera riproposizione degli elementi naturali per come appaiono, ma cerca piuttosto di infondere al suo processo l’andamento temporale, dinamico e metamorfico delle leggi di crescita (ed entropia) del suo referente prediletto. Poiché il ghiacciaio è entità viva, scandito dalla stagionalità del ciclo delle acque (dalla neve al ghiaccio, dalla fusione all’evaporazione, dalla rugiada all’erosione geologica) il concetto di una continua trasformazione è necessariamente motore e tensione ideale della sua ricerca. Il pendolo oscilla, a tal riguardo, tra un mimetismo rappresentativo che sfocia, ad esempio, in atmosfera (l’hic et nunc dell’esperienza irripetibile) o in astrazione (l’individuazione di forme e pattern geometrici, estratti e astratti per sé o in successione) e un mimetismo processuale. Da un lato l’abbrivio è individuato in quella che si potrebbe definire natura naturata, il fenomeno per come appare al momento, ma esaminato e ingigantito come osservato attraverso le lenti di un microscopio in grado di rendere presente, quasi soggetto nel senso proprio del termine, l’elemento isolato. Dall’altro, una natura naturans, una processualità metamorfica attivata da materia chimicamente o fenomenologicamente responsiva, sino al punto-limite di una perdita delle stesse coordinate del referente iniziale.
Il secondo approccio, come anticipato, si delinea in rapporto a due fattispecie. In primo luogo, si tratta di una processualità intrinseca alle materie pigmentali impiegate, in virtù della reattività chimica dei metalli adagiati su superfici bidimensionali. Prendono forma paesaggi “vivi”, il cui cromatismo, dato dalla foglia d’argento o di rame, muta in risposta al processo di ossidazione, almeno sino a quando l’artista non decide di consolidarne un esito apponendo una vernice schermante: tale possibilità talvolta e consapevolmente non viene percorsa e l’opera può continuare il suo corso. Una seconda modalità si lega a un ricircolo fenomenologico che vede l’opera variabile di una funzione che ricomprende tra le sue coordinate significanti elementi esteriori, quali le condizioni di luce, il contesto di collocazione e il punto di visione. È il caso delle superfici riflettenti – estensioni quadrangolari in rapporto di scala con il corpo umano e talvolta architettonicamente auto-portanti – che portano nella verticalità della parete un segmento cangiante e sinuoso di ghiaccio ancorato (formazione che si consolida sotto il fluire dell’acqua) o di nivalis (alga unicellulare che pigmenta la superficie dei ghiacci d’alta quota cagionando il fenomeno della “neve rossa”).
Federico Seppi’s subject matter lies in nature, and more specifically, in a myriad of views and micro-studies of the glacial ecosystem. His primary poetic concern resonates with the sense of wonder ignited by the encounter with the glacier — at times in its grandeur, at others in its poignant fragility, pursued through the most minute aspects of its constituent parts. The atmospheric sense of the landscape, which thickens the hazy perception of the water cycle’s constant becoming, gives way to a micro-analysis that dissects and brings into focus small extractions. They are true core samples, where vision itself is eclipsed by an infinitesimal contact with the ecosystem’s smallest units.
If Seppi therefore works through imitation, his declination of the principle of ars imitatur naturam does not unfold as a mere presentation of natural elements as they appear, but rather through an attempt to instill his process with the temporal, dynamic, and metamorphic movement of the laws of growth and entropy belonging to his chosen subject. Since the glacier is a living entity, shaped by the seasonal rhythm of the water cycle (from snow to ice, from melting to evaporation, from dew to geological erosion) the concept of continuous transformation is inevitably the driving force and ideal tension of his research. The pendulum swings, in this regard, between a representational mimesis that emerges, for example, in atmosphere (hic et nunc of the unrepeatable experience) or in abstraction (the identification of geometric forms and patterns, extracted and abstracted in themselves or in succession) and a processual mimesis. On the one hand, the impetus is identified in what could be defined as natura naturata: the phenomenon as it appears at the moment but examined and magnified as though observed through the lenses of a microscope capable of making present, almost a subject in the proper sense of the term, the isolated element. On the other hand, a natura naturans, a metamorphic processualism which is activated by chemically or phenomenologically responsive matter, up to the limit-point of a loss of the very coordinates of the original referent.
The second approach, as previously mentioned, is outlined in relation to two cases. In the first place, it is a processualism intrinsic to the pigmental materials used, due to the chemical reactivity of the metals laid upon two-dimensional surfaces. These landscapes present themselves as “living” entities, whose chromaticism, given by silver or copper leaf, shifts in response to the process of oxidation, at least until the artist decides to consolidate an outcome by fixing a shielding varnish: this possibility is sometimes consciously not pursued, and the work may continue its course. A second modality is linked to a phenomenological recirculation that views the work as a variable of a function that includes among its significant coordinates external elements, such as light conditions, the context of placement, and point of view. This is the case with the reflective surfaces — quadrangular segments scaled to the human body and at times architecturally self-supporting — which bring onto the vertical plane of the wall a shifting, sinuous segment of anchor ice (the anchor ice is a formation that solidifies beneath flowing water), or nivalis (a unicellular alga that gives high-altitude ice a specific pigmentation, causing the phenomenon known as “red snow”).
Sulla scorta di un gigantismo inaudito, una progressività sequenziale aperta o un significato irriducibile al dato iniziale, questi ultimi lavori assumono una sorta di assertività primaria, come al momento di contatto originario con un’entità ancora sconosciuta, che si apre, in una sorta di spiazzante prima volta, al dialogo. Lo scarto impresso da Seppi alla rappresentazione del naturale assume in tal senso una funzione non solo consapevolizzante – tutto ciò nasce da un’osservazione focalizzata e curiosa, in ogni caso delicata, quasi devota, del reale –, ma riesuma quel senso sorgivo di stupore considerato come stadio di apertura riflessiva al mondo. Da questa rinnovata meraviglia – da sempre momento primo dell’interrogazione, sia essa di ordine spirituale o filosofico –, si dipartono due possibili sviluppi meta-interpretativi. Da un lato, risulta evidente la possibilità di leggere nell’intenzionalità che muove l’artista una sensibilità nei confronti delle minacce poste dal contesto antropocenico in cui ecosistemi maestosi e al contempo fragili come quelli glaciali sono esposti al rischio di un’irreversibile sparizione. Dall’altro, seppure da riconoscersi come componente irrinunciabile del suo sguardo, il lavoro di Seppi non si limita a tale prospettiva. Infatti, esuberandone le coordinate retoriche, in quel movimento volto al contatto, in quella sintonia con il processo, in quel senso di assorbimento micro/macro-attentivo, talvolta ripetuto e condotto a vera e propria ossessività operativa, l’artista pare ancora una volta oscillare, questa volta tra una doppia concezione del termine “simulacro”. Se il tentativo di recuperare un senso auratico e quasi metafisico, quell’“eco di una lontananza”, quella sacralità laica della bellezza naturale, ricercata sin nei rivoli più effimeri e inconsistenti, ne costituisce una prima declinazione, la seconda assume il senso, epocale, di una “nostalgia anticipata”. A fronte di tale percepita discronia – un futuro forse già irrimediabilmente consequenziale all’inerzia dell’oggi –, si profila la necessità dell’attivazione perpetua di un’esperienza resa possibile da e forse esclusivamente demandata a ciò che rischia di divenire, letteralmente, copia senza originale.
NF
These latest works acquire a kind of primal assertiveness based on an unprecedented sense of gigantism, an open sequential progression, or a meaning that cannot be reduced to its initial point of reference. It is as if these works mark an original moment of contact with a yet unknown entity — one that, in a disorienting kind of first encounter, opens itself to dialogue. In this sense, Seppi’s displacement of the representation of nature does more than heighten awareness. All this stems from a focused, curious, and yet delicate, almost devotional observation of reality. It also restores that source-like sense of wonder, understood as the first stage of a reflective openness to the world. From this renewed wonder — always the first moment of inquiry, whether spiritual or philosophical — two possible meta-interpretative paths emerge. On the one hand, one may read in the artist’s guiding intention a sensitivity to the threats posed by the Anthropocene context, in which ecosystems as majestic as they are fragile, such as glaciers, are exposed to the risk of irreversible disappearance. On the other hand, although it must be acknowledged as an indispensable component of his gaze, Seppi’s work is not limited to this perspective. Indeed, exceeding its rhetorical coordinates, in that movement toward contact, in that responsiveness to process, in that sense of micro/macro-attentive absorption — sometimes repeated and pursued to the point of genuine operational obsessiveness —, the artist seems once again to oscillate, this time between two different understandings of the term “simulacrum”. If one first inflection lies in the attempt to recover an auratic, almost metaphysical dimension — that “echo of a distance,” the secular sacredness of natural beauty, pursued even in its most ephemeral and insubstantial traces — the second assumes the epochal force of an “anticipated nostalgia.” In the face of this perceived temporal disjunction, the need arises for the perpetual activation of an experience made possible by, and perhaps entrusted exclusively to, what risks becoming, quite literally, a copy without an original.
NF